Blog

Guide di viaggio e consigli dai nostri amici viaggiatori

  • Home
  • IL CAMMINO DI SANTIAGO: COSA RESTA DOPO 900 CHILOMETRI
IL CAMMINO DI SANTIAGO: COSA RESTA DOPO 900 CHILOMETRI

IL CAMMINO DI SANTIAGO: COSA RESTA DOPO 900 CHILOMETRI

Da settimane nel gruppo WhatsApp «SantIAMO arrivati_freccia gialla» rimbalzavano battute e commenti su Buen Camino di Checco Zalone. Il film era ovunque, ma io continuavo a rimandarlo perché temevo che una storia raccontata da altri potesse sovrapporsi a una che sentivo ancora troppo mia.

Perché si parte: quando il Cammino di Santiago chiama

Il Cammino non inizia quasi mai come un desiderio consapevole. Arriva da un input casuale o quando qualcosa non è più allineato.

In quel periodo cercavo un nuovo equilibrio, leggevo molto: crescita personale, introspezione e mindfulness. Poi, una sera, ho finito Il Cammino di Santiago di Paulo Coelho. Nessuna illuminazione improvvisa, eppure il pensiero è tornato nei giorni successivi, facendosi spazio fino a diventare una certezza. Sarei partita.

Ho tracciato il perimetro del mio viaggio con due biglietti: andata per Lourdes, ritorno da Santiago. Il Cammino Francese. In mezzo, l’intero mese di agosto lasciato volutamente vuoto. Un lusso temporale, ma anche un azzardo. Il resto era irrilevante: avrei camminato.

Il giorno della partenza avevo l’equipaggiamento da manuale ma nessuna idea di cosa mi aspettasse. Lo zaino era studiato nei minimi dettagli, ridotto all’essenziale affinché pesasse esattamente un decimo del mio peso corporeo. Ero rassicurata da quella sensazione di controllo che solo le checklist sanno regalare.

Dall’imbarco ho mandato una foto ai miei genitori. Parto. Un mese. Cammino di Santiago.
Mio padre ha risposto con un pollice su WhatsApp. Un pollice su WhatsApp è il massimo dell’affetto e dell’approvazione che un padre italiano sa concedere via chat.

L’arrivo a Lourdes e il primo vero inizio

Appena atterrata a Lourdes, la disinvoltura di fronte all’incerto è sparita. Ero insolitamente spaesata, con un pensiero fisso in testa: chi me l’ha fatto fare?

La bussola è tornata quando ho visto loro: zaino, cappello a tesa larga, pantaloni con i tasconi, scarponi. Paolo e Francesco. Ho chiesto come pensassero di raggiungere Saint-Jean-Pied-de-Port. La risposta è stata un onesto «Non ne abbiamo ancora idea». Da quella incertezza condivisa è nata una complicità immediata.

In poche ore il gruppo si è allargato con Michela e Francesca, incontrate in autobus. Non ci siamo scelti per affinità elettiva, ci siamo riconosciuti per l’equipaggiamento: stessi zaini, stessi calzini, stessa voglia di staccare dalla routine. Poco dopo eravamo già a cena insieme, con la timidezza di chi condivide un progetto ancora tutto da definire.

La serata si è conclusa al Santuario di Lourdes. Le candele moltiplicavano la luce nella grotta, una donna suonava il violino e noi sedevamo in silenzio. Non era una questione di fede, ma di disponibilità a sentire. In quel silenzio ho capito che qualcosa si era già messo in moto, anche senza aver ancora camminato.

Il mattino dopo, alla stazione di Lourdes, abbiamo incontrato altri pellegrini riconoscibili dallo stesso equipaggiamento: Stefano, Enrico e Alessandro. Abbiamo poi condiviso un taxi per i 190 chilometri fino a Saint-Jean-Pied-de-Port. Un convoglio di sconosciuti accomunati solo dalla destinazione.

Saint-Jean-Pied-de-Port: l’inizio ufficiale del Cammino Francese

A Saint-Jean-Pied-de-Port l’intenzione smette di essere teoria e diventa passo. Da lì in avanti sei ufficialmente un pellegrino.

La metamorfosi si compie attraverso due riti fondamentali: mangiare una galette e fare la fila all’Ufficio del Pellegrino per ritirare la Credenziale, quel libretto che ha il peso simbolico di un nuovo passaporto.

La Credenziale si riempie in fretta. Ogni tappa attraversa diversi paesi dove cerchi un timbro per certificare il passaggio: lo trovi al bar, in chiesa, in ostello, al forno, in macelleria. Alla fine il libretto diventa la traccia concreta di ogni chilometro macinato.

Ufficialmente il Cammino comincia dalla Porta di San Giacomo. La verità è che il viaggio era iniziato settimane prima, mentre mi districavo nel labirinto dei blog alla ricerca delle scarpe perfette. Alla fine scopri che ne basta un paio resistente e già rodato e che nessuna tecnologia ti salva dalle vesciche, il pedaggio da pagare alla strada.

Anche lo zaino aveva seguito la stessa logica. All’inizio è solo un bagaglio meticolosamente scelto in base a peso e misura. Sul Cammino smette di essere un oggetto e diventa la tua estensione. Lo usi come cuscino, come stendino per i vestiti ancora umidi. Dentro c’è l’essenziale che si disfa ogni sera e si ricompone all’alba.

Attraversare i Pirenei: la prima grande prova del Cammino

La prima tappa attraverso i Pirenei è il rito di iniziazione. Venticinque chilometri di paesaggi umidi e verdissimi, 1.400 metri di dislivello. Lasci la Francia, entri in Spagna attraverso un corridoio naturale che per secoli ha visto passare eserciti, mercanti, pellegrini in cerca di redenzione.

Anche se era agosto, faceva freddo. Pioggia incessante, nebbia che cancellava le sagome degli altri. Lo zaino pesava il doppio di quanto sembrava ragionevole a casa.

L’arrivo a Roncisvalle ha segnato il battesimo degli ostelli: camerate immense e un incrocio di vite da ogni parte del mondo. Qui il nostro gruppo si è ampliato con Barbara e Sergio. Ho scoperto subito che la vita da pellegrino è molto più essenziale di quanto sia descritta nei blog.

Dopo ore sotto la pioggia, con l’umidità che mi era entrata nelle ossa, ho fatto l’unica cosa che mi sembrava logica: chiedere un phon alla volontaria della struttura. Lei mi ha guardata con quella benevolenza di chi ha visto passare migliaia di illusioni e mi ha risposto: «Il miglior phon è l’aria e la luce». Peccato che fuori, in quel momento, ci fossero solo nebbia e pioggia battente.

Quell’estate il tormentone era Questa non è Ibiza. Ce lo dicevamo ogni sera. Non serviva brillare, bastava resistere. Ed era già abbastanza.

Il Cammino Francese tappa dopo tappa: Navarra, Rioja, Meseta, Galizia

Il Cammino Francese attraversa quattro regioni spagnole. La Navarra educa alla fatica. La Rioja è generosa: vigne a perdita d’occhio, luce calda, fontane che spillano vino. Si riempie la concha de vieira, la conchiglia del pellegrino, e si beve da lì.

A Castiglia e León cominciano le Mesetas. Campi di grano infiniti, l’orizzonte sempre uguale, un sole implacabile. Molti camminano di notte per sfuggire al caldo. Ore di cammino e niente che muta. Niente ombra, niente distrazioni. Solo il passo e quel silenzio che riorganizza i pensieri.

Infine, senza preavviso, torna il verde. La Galizia accoglie con l’umidità atlantica, la pioggia che finalmente sembra un regalo. La meta è vicina.

A guidarti lungo il Cammino c’è la freccia gialla. È dipinta sui muri, sulle pietre, sui tronchi, sempre nei punti in cui il sentiero si biforca. Quando sei stanca o confusa puoi pensare di averla persa. Rallenti, alzi lo sguardo e la ritrovi. Ti rassicura che sei ancora dentro il percorso. E che puoi continuare.

Dormire negli albergues: la vita quotidiana del pellegrino

Gli albergues, gli ostelli, sono i microcosmi dove si condensa l’essenza del Cammino. Di solito si arriva nel primo pomeriggio. Se si è fortunati si trova subito un letto a castello, altrimenti si prosegue.

Qui la vita si spoglia di ogni eccesso. La doccia fredda è la regola. I vestiti si lavano a mano nei lavatoi comuni, con il sapone solido di Marsiglia. Quei panni stesi al vento diventano un simbolo concreto di uguaglianza. Non importa chi sei nella vita «fuori»: qui sei solo uno che cammina.

Lo status economico, i ruoli e le appartenenze restano fuori dal sentiero. L’uniforme di ordinanza, composta da zaino e capelli arruffati, è profondamente democratica.

Le camerate sono sature dell’odore pungente di Radio salil: il profumo di mentolo di questa pomata spagnola finisce per diventare la memoria olfattiva di tutto il viaggio.

Si dorme in spazi spartani con venti o più letti a castello, spesso vecchi e cigolanti, dove le cimici del letto sono un rischio accettato. Con il concerto di sconosciuti che russano in tutte le lingue del mondo. C’è sempre qualcuno che inciampa in uno zaino nel buio o chi, alle 3:30 del mattino, inizia a prepararsi con la luce della torcia frontale.

Eppure in questo caos nasce una comunità autentica. Ci si scambia tutto, dalle informazioni ai cerotti. La domanda «perché sei qui?» apre porte rimaste chiuse troppo a lungo.

Il tardo pomeriggio è dedicato al rito collettivo della cura delle vesciche. Ognuno ha la sua tecnica: chi le fora con ago e filo sterilizzato alla fiamma, lasciando il filo dentro tutta la notte per drenare il liquido; chi si affida al Compeed o alla vasellina.

Si cena molto presto, cucinando insieme o andando in qualche ristorante locale. Con le ultime forze si passeggia per il paese in sandali da trekking e calzini, con quell’estetica da turista tedesco. Del resto, questa non è Ibiza.

Si va a dormire altrettanto presto, vinti dalla stanchezza. All’alba, tutto ricomincia.

I compagni di Cammino: incontri che cambiano il viaggio

Sul Cammino i gruppi hanno una geometria variabile: si formano e si disgregano con una fluidità che nella vita normale sarebbe impensabile.

Ognuno ha il proprio passo, il proprio ritmo e la propria resistenza fisica. Inizi a camminare con qualcuno che ti sembrava affine, poi quello accelera, tu rallenti perché sei troppo stanca e vi perdete di vista. Magari lo ritrovi casualmente tre giorni dopo in un ostello cento chilometri più avanti e si ricomincia a camminare insieme, finché non ci si perde di nuovo.

Ci sono i pellegrini veloci, che macinano trenta chilometri prima delle dieci del mattino. Ci sono i contemplativi lenti, che si fermano a ogni passo per fotografare. Ci sono i gregari che camminano sempre in gruppi numerosi. E infine ci sono i solitari, con le cuffie, immersi nei loro passi.

Io appartenevo a quest’ultima tribù. C’è stato un momento preciso in cui ho abbandonato il gruppo iniziale perché sentivo di non riuscire ad adeguare il mio ritmo a quello degli altri. Sono ripartita da sola.

La strada mi ha fatto incrociare Salvatore. Poi Corinne, una francese che camminava scalza per «sentire la terra». Poi ancora Martin, uno spagnolo. Sul polpaccio aveva tatuato lo stesso verso di Machado visto poco prima su un muro.

Caminante, son tus huellas
el camino, y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar…

Il Cammino sembra avere una regia tutta sua: ti fa incontrare le persone giuste esattamente al momento giusto. C’è un’empatia spontanea con gli altri pellegrini, ma anche una solitudine necessaria. Entrambe le dimensioni sono indispensabili e complementari.

Ci sono anche diverse filosofie su come fare il Cammino. Ci sono i puristi, convinti che senza almeno ottocento chilometri a piedi non si possa parlare di «vero Cammino». Ci sono i pragmatici che partono da Sarria, gli ultimi cento chilometri che bastano per la Compostela. Chi si fa portare lo zaino da un furgone. Chi dorme solo in hotel con aria condizionata.
Ma alla fine, qualunque sia il modo in cui lo affronti, la strada resta una sola per tutti.

Camminare da soli: silenzio, tempo e ascolto di sé

Per lunghi tratti ho camminato da sola, con le cuffie alle orecchie. In quel silenzio prolungato ho iniziato a raccontarmi la mia storia. Senza interlocutori, senza distrazioni, in un tempo sospeso.

Nella vita quotidiana riempiamo ogni vuoto con stimoli continui: lavoro, social e conversazioni superficiali. Sul sentiero tutto questo scompare. Rimani tu e i tuoi pensieri.

All’inizio disorienta. Non siamo più abituati al nostro ritmo, né a una libertà così radicale. Ma in quel silenzio forzato mi sono sintonizzata davvero con me stessa e con gli altri. E ho riconosciuto la preziosità del mio tempo.

La Cruz de Ferro: il rito del lasciare andare sul Cammino di Santiago

La Cruz de Ferro è uno dei luoghi più simbolici del Cammino di Santiago. Si trova a 1.504 metri di altitudine ed è il punto più alto del Cammino Francese. Una croce semplice, arrugginita, piantata su un lungo palo di legno, emerge da un enorme cumulo di pietre: milioni di sassi lasciati lì nel corso dei secoli dai pellegrini. È una collina di pesi abbandonati.

Il rito è antico: si porta una pietra da casa e la si lascia lì per liberarsi simbolicamente di un peso emotivo. Un rimpianto, un lutto, qualcosa che non riesci a lasciare andare.

Ho portato con me da casa un sasso e un paio di occhiali. Li ho lasciati entrambi lassù.
I simboli hanno una forza trasformativa più potente di qualunque ragionamento.

Le difficoltà lungo il Cammino di Santiago

A venti chilometri da Santiago una vescica si è infettata. Mi sono svegliata con il piede gonfio e pulsante, la febbre che saliva.

Per la prima volta ho pensato seriamente di fermarmi. Chiamare un taxi. Saltare l’ultimo tratto.

Mi sono seduta sul letto mentre gli altri si preparavano. Ho guardato lo zaino, la Credenziale piena di timbri, le scarpe ormai consumate. Ottocento chilometri nelle gambe e l’idea di arrendersi a venti dalla fine.

È stata provvidenziale una pellegrina tedesca, veterana del Cammino. Ha ispezionato chirurgicamente il mio piede, è uscita ed è tornata con garze, disinfettante e un antibiotico che aveva con sé. Con gesti precisi mi ha fasciato in silenzio. Alla fine ha detto solo «Ci vediamo a Santiago».

Il corpo, quando capisce che la meta è vicina, trova risorse inaspettate. Ho proseguito.

Arrivare a Santiago de Compostela: l’emozione dell’arrivo

Arrivo al Monte do Gozo, il Monte della Gioia, e vedo Santiago per la prima volta. Le guglie della Cattedrale sono ancora lontane ma finalmente reali. L’adrenalina sale. Restano gli ultimi cinque chilometri.

Entro in Praza do Obradoiro. La Cattedrale è davanti a me e per un attimo fatico a crederci. Da qualche parte suonano le cornamuse galiziane. La felicità è incontenibile. Ce l’ho fatta. Ultreia.

L’arrivo è un rito intimo eppure collettivo. Ti ritrovi in mezzo a centinaia di pellegrini, gli zaini finalmente abbandonati sul selciato. Vedi gente che piange, che ride, perfetti sconosciuti che si stringono in abbracci fraterni. Ti senti parte di qualcosa di antico e universale, ma resti sola con la tua esperienza.

A Santiago ho ritrovato Alessandro, il pellegrino del taxi collettivo a Lourdes, perso lungo la strada settimane prima. Aveva alternato tratti a piedi e in bici, senza un piano preciso. Eppure, incredibilmente, eravamo lì lo stesso giorno.

Ritiro la Compostela. Stringere quella pergamena, con il proprio nome latinizzato, dà una soddisfazione piena e intensa. La Credenziale, che a Saint-Jean-Pied-de-Port era solo un foglio bianco, ora è piena di timbri che raccontano ogni alba, ogni fatica e i volti incrociati lungo la strada.

Il viaggio si chiude alla luce ambrata della Cattedrale, durante la Messa del Pellegrino. È lì che avviene lo spettacolo del Botafumeiro, l’enorme incensiere che da secoli oscilla lungo la navata. In quel movimento ipnotico, l’incenso sale verso l’alto insieme ai pensieri.

Finisterre e Finis Terrae: oltre Santiago, fino alla fine della terra

Arrivare a Santiago non è stata veramente la fine. Anzi, c’era una parte di me che non voleva affatto che finisse. Così, seguendo l’antica tradizione dei pellegrini medievali, ho scelto di proseguire per altri novanta chilometri verso Finisterre, Finis Terrae, dove finisce la terra.

Finisterre è il luogo dei riti di purificazione. Un tempo si bruciavano i vestiti del Cammino. Oggi restano il bagno nell’Atlantico e la ricerca di una conchiglia sulla spiaggia, come prova del viaggio compiuto.

Sono rimasta seduta al faro per tutto il pomeriggio, con l’oceano davanti e il chilometro zero sotto i piedi segnati dalle vesciche. Il corpo era stanco, finalmente fermo. La testa non faceva bilanci.

Ho comprato un impermeabile giallo, come la freccia gialla che mi aveva guidata per novecento chilometri.

Buen Camino di Checco Zalone: quando il Cammino arriva al cinema

Alla fine ho guardato il film. La mia esperienza è rimasta mia, ma ha trovato una risonanza inaspettata. È stato come incontrare per strada qualcuno che ha il tuo stesso passo. Non è la tua storia, ma riconosci il passo.

Non si parte per vocazione eroica. Zalone non sarebbe mai partito se non avesse dovuto cercare sua figlia.
A volte la vita ti spinge fuori traiettoria e il motivo conta fino a un certo punto.

E quando parti, lo fai come Checco: zaino enorme, carico di cose inutili. L’ho fatto anch’io. Lo facciamo tutti. Crediamo di aver bisogno di tutto perché portarci dietro il nostro mondo è rassicurante. Ma il Cammino impone subito la sua regola aurea: ogni chilo in più nello zaino è un chilo in più nella testa. Così inizi a lasciare. Prima le cose, poi il resto.

Strada facendo si forma una comunità. Persone che nella vita normale non si sarebbero mai parlate condividono una cena, un cerotto per le vesciche, una confessione notturna. La distanza si accorcia passo dopo passo.

Nel film la malattia segna il punto di rottura. Gli equilibri si ridefiniscono e le definizioni perdono consistenza. Da quel momento, la vulnerabilità avvicina e umanizza. È una dinamica che va oltre il film.

Buen Camino funziona come uno specchio imperfetto: rimanda ciò che continui a trattenere, abitudini e identità che raramente metti in discussione. Il finale ti mette davanti una verità semplice: se vuoi davvero qualcosa, devi lasciare qualcos’altro indietro.

Quando partire per il Cammino di Santiago: il momento giusto

Ognuno porta a casa la propria narrazione, ma una cosa è certa: nessuno resta uguale a come è partito.

C’è un prima e un dopo Santiago, separati da una linea sottile ma netta. Prima pensi «non ce la farò», dopo sai di averlo fatto.

Io sono tornata con meno certezze, ma con un corpo che sapeva di poter reggere molto più di quanto la testa avesse mai immaginato.

Se il pensiero del Cammino torna con insistenza, probabilmente è il momento giusto. Non aspettare la condizione ideale, la compagnia giusta, la forma fisica perfetta. Il Cammino ti accoglie esattamente come sei e trova sempre il modo di restituirti ciò di cui hai bisogno, anche se ancora non sai cosa sia.

L’idea è già l’inizio del viaggio.


Buen Camino a todos.

__________

Articolo di Aglaia

 



Icon WhatsApp